Il punto/ L’Islam, il califfato e Don Vito Corleone

Non è semplice, dopo un periodo di ferie (puntellata da immagini televisive davvero sconcertanti) cercare di riprendere un discorso in un mondo che sembra impazzito. Non è facile ma bisogna, nel piccolo come nel grande, pur farlo. Per quanto mi riguarda ritengo quello che sta avvenendo (ed è solo l’inizio di un processo molto lungo e profondo) alquanto prevedibile. Il sistema economico mondiale è instabile (lo dico da anni) e le scosse sismiche di questi ultimi tempi sono solo l’inizio di un processo di cambiamento globale e radicale. Chi mi segue sa già la mia analisi e quindi non mi ci soffermo oltre. L’attualità oggi ci pone, come prioritaria emergenza, il radicalismo islamico e i flussi migratori incontrollati (forse incontrollabili) che stanno inondando l’Europa (ma con caratteristiche etniche diverse anche l’America). I due fenomeni sembrano collegati e, nei fatti lo sono. Giusto per dare due cifre: la seconda guerra del Golfo, un capolavoro di idiozia e demenzialità politica, ha causato alle popolazioni irachene circa 100.000 vittime civili. Lo Stato Islamico (che sarà pure sedicente ma governa milioni di cittadini) nasce come reazione alla frustrazione del mondo sunnita a politiche di neocolonizzazione sbagliate nella forma come nella sostanza (vedi il recente rapporto sull’approccio di Tony Blair alla guerra in Irak, praticamente un coacervo di bugie e follie).

La cosiddetta primavera araba, tanto voluta dai leader occidentali, ha sinora portato ad un fragile equilibrio in Tunisia, alla restaurazione di un capataz in Egitto (dopo che i Fratelli Musulmani avevano legittimamente vinto le elezioni) alla disgregazione di uno Stato che non era un vero stato come la Libia (e con le sue coste non presidiate punto di partenza di milioni di profughi verso l’Italia) ed ad una guerra civile in Siria costata 300.000 morti e foriera della nascita territoriale dell’Isis (la capitale del califfato Raqqa è una vecchia capitale provinciale della Siria di Assad). Bene, in questa situazione spiegatemi voi come si fa a governare i processi. Il punto, ed è l’unico su cui mi soffermo ora, è proprio questo. Di fronte a processi che richiedono capacità politiche straordinarie, visioni evolute del mondo che verrà siamo governati da una leadership totalmente inadeguata, a tratti imbarazzante (vedi Matteo Renzi in Italia). Quindi c’è un problema prepolitico: bisogna selezionare una classe dirigente nuova, all’altezza della situazione.

Con gli Obama (l’uomo indeciso a tutto, solo un grande oratore), con gli Hollande, con l’ottusa Merkel il mondo occidentale e la sua ladership sono destinati al tramonto, in tempi alquanto rapidi. Il punto è che che cambiare solo per cambiare neanche va bene: Donald Trump è figlio dell’angoscia ma non ha una visione colta, approfondita della situazione. E allora votare Trump, come votare Le Pen in Francia significa solo curare il mal di testa usando un antidolorifico, senza capirne le cause. Ed anche l’ammirazione per politici decisionisti, come Vladimir Putin, rischia di innescare processi sbagliati. E’ vero che di fronte ai sor tentenna nostrani Putin ci fa un figurone. Ma bisogna sempre ricordare a tutti che Putin (come Erdogan in Turchia) governa milioni di persone come un gangster di Cosa nostra, con gli stessi metodi e con le stesse liturgie (vedi gli assassini mirati). E nonostante tutta la romantica narrativa sui film di Mafia, il mondo guidato da un emulo di Don Vito Corleone non sembra essere una prospettiva allettante. (Pietro Colagiovanni)