Ci sarà la terza guerra mondiale? Forse, dipende…

Il sistema economico e politico mondiale ogni giorno di più evidenzia segni di crescente squilibrio. L’affermazione di un candidato fuori dagli schemi come Donald Trump negli Stati Uniti, la superpotenza che ancora domina la scena globale internazionale, conferma che i movimenti politici di protesta e/o populisti europei non erano una semplice risposta ad un problema locale del Vecchio Continente. Come dicono sempre negli Usa “It’s the economy”, è l’economia che spiega tutto. E quello che è successo, come analizzato in maniera dettagliata e suffragata dai dati dall’economista francese Picketty, è che l’economia dei paesi occidentali ha accumulato squilibri talmente forti da mettere in crisi l’intera costruzione nata nel secondo dopoguerra. In pratica la rendita, finanziaria o immobiliare, ha preso il sopravvento sul lavoro. Questo plasticamente si è tradotto nella nascita di elitè improduttive ma sommamente ricche, quell’establishment che tuttora governa l’Europa e gli Stati Uniti che è contestato con vigore dai movimenti, dai partiti che traducono il maldipancia della classe media in voti e proteste. Squilibri di questo tipo non sono nuovi nella storia mondiale. Come sempre si legge nei libri di Picketty uno squilibrio così forte nella distribuzione tra rendita e lavoro si è avuto nel 1800 in Europa. E puntualmente uno squilibrio di questo tipo ad un certo punto porta ad un’esplosione. Così accadde anche in Europa con la prima e seconda guerra mondiale, con una distruzione epica di ricchezza ma anche con la nascita alla fine dei due terribili eventi di una situazione economica più equilibrata. Siamo quindi sulla soglia di una terza guerra mondiale?

A differenza di prima oggi i dati sono disponibili in abbondanza e quindi la loro elaborazione grazie a software appropriati consente di dare qualche base probabilistica a previsioni lanciate nel buio dell’intuito o della profeticità. Ebbene il mondo ha effettivamente davanti a sé un periodo di crescente turbolenza. Se questo sfocerà in episodi di distruzione massiva, come le guerre o potrà essere ricondotto ad un nuovo equilibrio accettabile dipenderà essenzialmente dall’emergere di una nuova classe dirigente. La sua qualità farà la differenza. Il problema però è che il vecchio sistema, abbarbicato ai privilegi conquistati in questi decenni è ancora vivo e dispiega tutte le sue armi per mantenere intatti il suo status, economico e di potere. In primis l’informazione. La distorsione della realtà, l’occultamento sistematico dei dati reali dell’economia, la distrazione di massa con culi di ballerine e polpacci di calciatori è funzionale al mantenimento dello status quo. Ma la forza della storia non si può fermare e quindi quello che dovrà succedere alla fine succederà. Il problema è che più tardi si fa il cambiamento, più traumatico lo stesso sarà per i cittadini e le popolazioni, sino ad arrivare alla violenza e alla guerra se l’opposizione al nuovo mondo sarà granitica e feroce.

Oggi la situazione è preoccupante perché le stesse elite al potere esprimono personaggi dalla qualità intellettuale e politica a volte imbarazzanti, e il caso dell’Italia esprime bene il concetto. E la situazione attuale si fa ancora più preoccupante se vista alla luce della qualità del cambiamento nella struttura economica mondiale. Con l’innovazione tecnologica infatti la sfida non è solo quella di eliminare gli squilibri tra rendita e lavoro ma lo stesso concetto di lavoro come conosciuto sin dall’alba del genere umano viene messo in discussione. Con un’automazione pervasiva e progressiva l’idea che si deve lavorare per vivere in prospettiva potrebbe diventare addrittura obsoleta. E quindi servirebbero, per affrontare sfide epocali, personaggi di livello epocali, con capacità di analisi e di azione politica immense. Ed invece basta vedere una foto di gruppo di un qualsiasi G7, G8 o G20 per capire quanto stiamo messi male. (P.C.)